Le mani cominciarono a trattenersi sulle cose.
Un bordo di tazza.
La piega d’una camicia.
Il bottone già saldo d’un cappotto che usciva dall’armadio soltanto nei giorni di pioggia.
Ogni gesto durava qualche secondo oltre la propria necessità, quasi che le dita volessero lasciare negli oggetti una memoria tattile, una breve istruzione di pelle da consultare quando la casa fosse rimasta priva della loro voce.
Lei viveva.
Apriva le imposte appena sveglia, brontolava contro il prezzo delle pesche, dimenticava gli occhiali sopra la testa e rideva con quel colpo di tosse che arrivava alla fine, chiedendo al petto il pedaggio dell’allegria.
Niente, guardandola, annunciava un congedo.
Eppure i cassetti ricevevano un ordine nuovo.
Le posate cessarono le loro migrazioni domestiche. Le chiavi elessero un piattino di ceramica vicino all’ingresso. Le fotografie, liberate dalle cornici opache, tornarono a fissare la stanza con facce che il tempo aveva già cominciato a consumare.
Una mattina raccolse tutti i bottoni spaiati.
Li versò sul tavolo.
Ce n’erano di madreperla, di legno, di plastica scolorita; alcuni conservavano ancora un frammento di filo, altri portavano nei fori la polvere dei vestiti scomparsi.
Li divise per usura.
Accarezzava quelli levigati da anni di dita e asole con una cura che raramente aveva concesso alle fotografie. Poi li chiuse in una scatola di latta e scrisse sul coperchio, con grafia ferma:
Da tenere.
La scatola trascorse settimane sopra il comò.
Ogni volta che passava, lei vi posava due dita, un gesto rapido e intimo, quasi un saluto rivolto a qualcosa che respirava troppo piano per essere udito.
Cominciò ad alleggerire gli armadi.
Un abito lasciò la gruccia dopo trent’anni. Una coperta troppo pesante venne lavata, asciugata al sole e consegnata a una vicina. I bicchieri scheggiati sparirono uno alla volta, senza cerimonia.
Rimasero quelli integri.
Quelli capaci di sopravvivere a una mano distratta.
Nella credenza comparvero fogli sottili fra un piatto e l’altro. Le lenzuola vennero piegate seguendo una misura tanto esatta che, aprendole, avrebbero ricordato da sole il verso del materasso. Le medicine ricevettero date più grandi, tracciate con inchiostro scuro.
La casa acquistò una chiarezza inquieta.
Ogni cosa sapeva dove attenderci.
Lei seguitava a dimenticare il sale sul fornello, a lasciare una finestra aperta durante i temporali, a perdere gli aghi fra i cuscini. La sua distrazione rimaneva viva, quasi allegra.
Solo le mani procedevano altrove.
Una sera le trovai occupate sopra una federa intatta.
L’ago entrava nel cotone e ne usciva con un filo dello stesso colore. Nessuno strappo chiedeva riparo. Nessun orlo cedeva.
Cuciva nel vuoto.
Seguiva una lesione che il tessuto ancora ignorava.
Rimasi sulla porta. Lei sollevò il viso, sorrise, poi tornò a quel lavoro senza utilità visibile.
La federa ricevette una linea sottile, una cicatrice preventiva, il rammendo d’un danno che forse sarebbe arrivato dopo la sua mano.
Durante l’inverno cominciò a scrivere etichette.
Documenti.
Lampadine.
Tovaglie buone.
Cose di papà.
La calligrafia aveva perso alcune rotondità, però conservava una dignità ostinata. Ogni parola consegnava il proprio contenuto al futuro, con la precisione di chi prepara un viaggio e affida la casa a persone ancora senza volto.
Trovai una busta nel cassetto delle bollette.
Dentro c’erano istruzioni per spegnere la caldaia, il numero dell’idraulico, il giorno in cui innaffiare la pianta del corridoio. In fondo, sotto una riga tirata male, aveva scritto:
Il mobile della sala si apre sollevando un poco l’anta.
Conoscevo quel difetto da quando ero bambino.
Lei lo spiegava a qualcuno che non ero io.
Gli anni, intanto, restavano fuori dalla conversazione.
La domenica preparava il sugo. Telefonava alla sorella. Si arrabbiava con il telegiornale. Sceglieva le arance una per una e tornava a casa lamentandosi del sacchetto troppo pesante.
La sua vita occupava ancora tutte le stanze.
Eppure, sotto quella vita, le cose ricevevano disposizioni.
Gli strofinacci consumati venivano lavati un’ultima volta. Le fotografie senza nome trovavano sul retro una data. Le collane annodate venivano separate con uno spillo, poi adagiate in scatole diverse.
La materia si disponeva attorno a un futuro privo del suo corpo.
Quando il respiro lasciò finalmente la camera, la casa non gridò.
Le ante rimasero chiuse.
Le chiavi aspettavano nel piattino.
Le lenzuola conoscevano il verso.
Ogni documento offriva il proprio nome.
Persino la pianta del corridoio aveva acqua sufficiente per alcuni giorni.
Aprii l’armadio.
Le camicie, allineate, lasciavano fra loro lo spazio necessario alle mani di uno sconosciuto. I cappotti emanavano naftalina e stagioni concluse. Sul ripiano alto trovai la scatola dei bottoni.
Da tenere.
La aprii.
Dentro, ogni frammento conservava la propria usura, il passaggio di dita ormai sottratte alla stoffa, anni di aperture e richiuse, corpi entrati nel giorno attraverso un’asola.
Presi il bottone più consumato.
Nel palmo pesava quasi niente.
Eppure la mano si abbassò.
Compresi molto più tardi ciò che avevo osservato senza possederne la lingua.
Esiste una regione del vivente che precede la coscienza e prepara, con gesti domestici, la propria sottrazione. Abita le dita, rettifica i cassetti, affida alle etichette ciò che la voce perderà. Lascia negli oggetti una disciplina di sopravvivenza.
La chiamai Mortiva.
Ancora oggi, quando sorprendo qualcuno a piegare una coperta con una cura sproporzionata, a ricucire una stoffa integra o a scrivere il nome sopra una scatola che tutti conoscono, sento le cose farsi attente.
Qualcosa passa dalle mani alla materia.
Un incarico.
Una continuità senza consolazione.
Il lento trasferimento del mondo
da chi lo ha abitato
a ciò che dovrà restare.
Riccardo Solieri



