11
Il mattino dopo, Basset fece preparare la stanza come si prepara un duello.
Via i vasi inutili.
Via le sedie superflue.
Via i fiori freschi che qualche anima disgraziata aveva osato portare “per rallegrare”. Rallegrare una stanza di convalescenza con dei fiori era una delle molte prove che gli esseri umani, davanti al dolore, scelgono la botanica perché il pensiero costa troppo.
Restarono il letto, due sedie, un tavolino, una brocca d’acqua, le medicine, le tende mezze chiuse, una campanella, il silenzio.
E Aubremont.
Seduto.
Era stata una battaglia durata mezz’ora.
Il medico aveva detto no.
Basset aveva detto no.
Éléonore aveva detto “forse”.
Questo aveva rovinato tutto, come accade sempre quando una donna intelligente decide di aiutare la catastrofe con metodo.
Alla fine lo avevano sistemato su una poltrona vicino al letto, con una coperta sulle gambe e i cuscini dietro la schiena. La vestaglia scura gli copriva il collo fin dove possibile. Le bende occupavano il lato sinistro del volto, salivano verso la tempia, scendevano sotto la mascella. L’occhio destro era scoperto.
Troppo vivo.
Troppo lucido.
Troppo pronto a punire chiunque gli portasse pietà scadente.
«Sembro un malato?» chiese.
Basset sistemava una piega della coperta.
«Siete un malato.»
«Non era la domanda.»
«Allora formulatela con meno superbia clinica.»
Aubremont guardò Éléonore.
Lei era in piedi vicino alla finestra.
«Sembro sconfitto?»
Eccola.
La vera domanda.
La stanza la ricevette senza fiato.
Éléonore non rispose subito. Fece l’unica cosa giusta: lo guardò. Il lato visibile, le bende, la mano stretta sul bracciolo, la bocca pallida, la rabbia, la paura, l’orgoglio che tentava ancora di vestirlo come un mantello rimasto troppo corto.
«Sembrate pericoloso,» disse.
Aubremont chiuse l’occhio.
«Risposta diplomatica.»
«No. Diplomazia sarebbe dire che sembrate riposato.»
Basset fece un rumore secco, quasi un colpo di tosse.
Aubremont girò appena lo sguardo.
«Avete riso?»
«Mi è entrata in gola un po’ di Francia.»
«Pericoloso.»
«Mortale.»
Il primo a entrare fu Rouvray.
Basset lo annunciò come si annuncia una complicazione già prevista.
«Il conte di Rouvray.»
Aubremont non si mosse.
«Fatelo entrare.»
Rouvray entrò senza la moglie.
Questo fu subito notato.
Era vestito con sobrietà eccessiva, come se avesse paura che un ricamo potesse sembrare offensivo. Aveva la barba appena trascurata, il volto tirato, le mani senza guanti. Le tenne lungo i fianchi con una goffaggine quasi indecente. Un uomo cresciuto in mezzo a stanze dove ogni dito ha una funzione, e adesso incapace di trovare una postura che non puzzasse di colpa.
Fece due passi.
Vide Aubremont.
Si fermò.
La pausa durò poco.
Abbastanza.
Aubremont la vide.
Éléonore pure.
Basset la archiviò con disgusto professionale.
«Conte,» disse Aubremont.
La voce uscì più bassa del solito.
Rouvray chinò il capo.
«Duca.»
Silenzio.
La stanza aspettava una frase. Le stanze di Versailles avevano questa pessima abitudine: dopo un trauma pretendono conversazione, come vecchie zie col gusto della tortura.
Rouvray parlò per primo.
«Non so cosa dire.»
Aubremont lo guardò.
«Miracolo raro. Proteggetelo.»
Rouvray quasi sorrise.
Quasi.
Poi si fece serio.
«Volevo vedervi.»
«Per misurare il danno?»
«Sì.»
La risposta cadde secca.
Éléonore voltò appena il viso.
Basset alzò gli occhi.
Aubremont rimase fermo.
Rouvray continuò:
«Sì. Anche. Sarebbe vile fingere il contrario. Ho pensato al vostro volto da quando vi hanno portato qui. Ho pensato a quanto fosse grave. A quanto restasse. A quanto avrebbe cambiato il modo in cui gli altri vi avrebbero lasciato entrare nelle stanze. E mentre lo pensavo mi sono fatto schifo.»
Aubremont non parlò.
Rouvray fece un altro passo.
«Poi ho pensato che, se fossi entrato fingendo di non vedere, vi avrei insultato di più.»
La stanza si fece meno ostile.
Di poco.
Ma accadde.
Aubremont respirò piano.
«Siete venuto a confessarvi? Cresson sarà disperato per la concorrenza.»
«Sono venuto a dirvi che vi ho odiato.»
«Notizia antica.»
«Con comodità.»
Aubremont sollevò appena il mento.
Rouvray guardò il tappeto, poi lui.
«Vi ho odiato perché mi servivate. Era utile avere un uomo da invidiare. Uno a cui attribuire l’aria che mancava nelle stanze quando c’ero io. Uno su cui appoggiare la mia mediocrità e chiamarla fastidio.»
Nessuno fiatò.
Quella parola, mediocrità, in bocca a un aristocratico, aveva l’odore di un suicidio sociale. Una cosa quasi fresca, dunque intollerabile.
Aubremont appoggiò la testa al cuscino.
«E adesso?»
Rouvray guardò le bende.
Questa volta senza scappare.
Gli costò.
Si vide.
Proprio per questo ebbe valore.
«Adesso non so più dove mettere ciò che provavo.»
Aubremont chiuse l’occhio.
La frase entrò nella stanza come aria fredda.
«Tenetelo,» disse. «Potrebbe tornarvi utile.»
«No.»
Rouvray scosse la testa.
«Mi ha reso comodo. E io ho scambiato quella comodità per carattere.»
Basset mormorò:
«Finalmente un uso corretto della memoria.»
Éléonore lo guardò male.
Basset si ricompose, profondamente deluso dall’umanità e dal proprio tempismo.
Rouvray continuò:
«Mia moglie voleva venire.»
Aubremont aprì l’occhio.
«E perché non è qui?»
«Perché le ho chiesto di non accompagnarmi.»
«Paura?»
«Sì.»
«Di me?»
«Di lei.»
Aubremont lo studiò.
Rouvray si passò una mano sul viso.
«Quando vi ha visto nella cappella, mi ha guardato come non faceva da anni. Voleva sapere se dentro di me c’era soddisfazione. Non me lo ha chiesto, ma l’ho sentito. Mi ha fatto più paura di Madeleine.»
Aubremont rimase in silenzio.
Quello era interessante.
E crudele.
E molto umano.
«E c’era?» chiese.
Rouvray lo guardò dritto.
«No.»
La risposta uscì semplice.
Senza vanto.
Senza scenografia.
Aubremont la ricevette con una stanchezza feroce.
«Questo vi assolve?»
«No.»
«Bene.»
«Mi permette forse di restare senza mentire ogni secondo.»
Aubremont girò appena il volto verso la finestra.
La luce, filtrata dalla tenda, gli tagliava la mano.
«Non ho bisogno di gentiluomini ripuliti dalla tragedia nella mia casa.»
«Nemmeno io voglio diventarlo.»
«Allora che volete?»
Rouvray abbassò lo sguardo per un momento.
Quando lo rialzò, aveva perso un pezzo della sua posa.
«Essere utile senza farmi bello della vostra ferita.»
Basset disse:
«Richiesta ambiziosa.»
Aubremont respirò.
Il dolore gli prese il collo. Aspettò che passasse. Non passò del tutto. Ormai faceva così: si ritirava appena, poi restava nei dintorni come un creditore seduto vicino alla porta.
«Parlate con Basset,» disse infine.
Rouvray annuì.
«Per cosa?»
«Per scoprire se sapete obbedire.»
Rouvray lo guardò.
Poi fece un inchino.
«È già qualcosa.»
«È pochissimo.»
«Meglio. Le grandi concessioni vi starebbero male oggi.»
Aubremont lo fissò.
Poi, con estrema fatica, sorrise appena.
«Fuori.»
Rouvray uscì.
Appena la porta si chiuse, Aubremont lasciò andare il respiro.
Éléonore gli si avvicinò.
«È andata meglio di quanto temevate.»
«Appunto. Mi irrita.»
Basset prese una nota mentale, perché evidentemente persino la sofferenza del suo padrone andava archiviata con ordine.
La seconda fu Madame de Villars.
Non si fece annunciare.
Entrò perché era Madame de Villars e, nella sua testa, le porte erano consigli, mica impedimenti.
Basset, davanti a una simile violazione, parve sul punto di fondare una religione sanguinaria.
«Madame.»
«Risparmiatevi l’indignazione, Basset. La portate benissimo, ma oggi siamo tutti troppo stanchi per ammirarla.»
«Il duca riceve secondo ordine.»
«Perfetto. Io sono il disordine.»
Entrò.
Indossava un abito color prugna scuro, severo quanto poteva esserlo lei senza sentirsi già nella tomba. Niente gioielli vistosi. Niente ventaglio. Questo, a Versailles, equivaleva a presentarsi disarmata. O quasi. La lingua le restava, purtroppo per tutti.
Vide Aubremont.
Il volto le cambiò.
Pochissimo.
Le labbra persero colore. Le dita cercarono un ventaglio inesistente. Poi ricordò di non averlo. La mano ricadde lungo il fianco, inutile, quasi vecchia.
Aubremont vide anche questo.
«Avete dimenticato il ventaglio?»
Lei inspirò.
«L’ho lasciato a chi ha ancora bisogno di nascondersi dietro qualcosa.»
«Allora dovreste riprenderlo.»
Colpo.
Lei lo incassò.
Basset guardò altrove.
Éléonore restò ferma.
Madame de Villars si avvicinò alla poltrona.
«Sì,» disse.
Aubremont rimase spiazzato.
Appena.
Lei continuò:
«Avrei dovuto portarlo. Avrei dovuto aprirlo davanti al viso, dire una cattiveria splendida, lasciare a tutti il conforto di pensare che sono ancora me stessa. Invece sono venuta senza. Scelta imprudente. Mi sento quasi nuda e, tragicamente, senza pubblico adeguato.»
Aubremont la guardò.
«Siete venuta a fare confessione anche voi? Oggi la stanza sembra una succursale dell’abate.»
«No. Io non mi confesso. Io peggioro con competenza.»
«Allora?»
Madame de Villars si sedette senza chiedere.
Basset emise un suono di lutto amministrativo.
Lei lo ignorò.
«Sono venuta a dirvi che vi ho guardato per anni come una donna guarda qualcosa che le concede il diritto di annoiarsi meno.»
Silenzio.
Aubremont non distolse l’occhio.
«Generoso da parte vostra.»
«No. Sgradevole. Ecco perché lo dico.»
Si tolse un anello.
Lo posò sul tavolino.
Poi un altro.
Aubremont la osservò.
«State vendendo argenteria morale?»
«Sto togliendo rumore dalle mani.»
Non era una frase brillante.
Era vera.
Per questo fece più male.
Madame de Villars guardò le bende.
Non troppo a lungo.
Abbastanza.
«Quando entravate in una stanza, io vedevo le donne diventare sciocche e gli uomini diventare feroci. Trovavo tutto questo divertente. Trovavo divertente anche me stessa mentre vi desideravo senza concedervi la soddisfazione di saperlo.»
Aubremont disse piano:
«Lo sapevo.»
Lei lo fissò.
Poi rise.
Un colpo breve, quasi furioso.
«Certo che lo sapevate. Che spreco, la mia discrezione.»
«Enorme.»
«Mi mancherà.»
La battuta si spense subito.
Madame de Villars abbassò lo sguardo sugli anelli.
«Quando vi hanno portato via, la prima cosa che ho pensato è stata: se cambia, che cosa diventerà tutto il desiderio che abbiamo speso su di lui?»
Aubremont non si mosse.
La frase era brutale.
Lei la lasciò lì.
Senza vestirla.
«Poi mi sono odiata.»
«Quanto?»
«Non abbastanza da diventare buona. Non temete.»
Aubremont chiuse l’occhio.
«Mi rassicura.»
«Abbastanza da restare.»
Éléonore guardò la donna con una durezza meno ostile.
Madame de Villars se ne accorse.
«Non fate quella faccia, Éléonore. Anche voi avete la vostra colpa. Solo che la vostra sa piangere con più decoro.»
Éléonore rispose:
«E la vostra parla troppo per non tremare.»
Madame de Villars la fissò.
Questa volta la frase entrò.
Per un secondo non ebbe risposta.
Un secondo soltanto.
Un lusso.
Aubremont aprì l’occhio.
«Voi due potete litigare fuori dalla mia stanza?»
«No,» dissero entrambe.
Per un istante, qualcosa di vivo attraversò l’aria.
Stupido.
Quasi leggero.
Aubremont lo sentì e lo odiò meno del previsto.
Madame de Villars si alzò.
«Non vi dirò che siete ancora bello.»
Il corpo di Aubremont si irrigidì appena.
Lei vide.
Maledizione a lei, vide.
«E nemmeno il contrario,» continuò. «Non mi concederò questa volgarità. Vi dirò una cosa più utile: siete ancora insopportabile. Questo, almeno, è rimasto intatto.»
Aubremont la guardò.
La sua bocca tremò.
«Grazie.»
«Prego. Era la forma più alta di tenerezza rimasta in magazzino.»
Prima di uscire, Madame de Villars riprese gli anelli dal tavolino.
Poi si fermò.
Ne lasciò uno.
Un anello con una pietra scura.
«Questo?» chiese Aubremont.
«Pegno.»
«Di cosa?»
«Che, se un giorno rientrerete in sala e qualcuno distoglierà gli occhi, io gli romperò un bicchiere vicino alla faccia. Così avrà un motivo più nobile per guardare altrove.»
Basset disse:
«Non approvo.»
Madame de Villars gli sorrise.
«Lo so. Mi nutre.»
Uscì.
Aubremont fissò l’anello.
«Donna pericolosa.»
Éléonore disse:
«Sì.»
Basset aggiunse:
«E costosa per il servizio cristalli.»
Il terzo fu Cresson.
Aubremont non lo aveva chiesto.
Questo rese la sua comparsa immediatamente sospetta.
Entrò con una tazza di caffè e una faccia da uomo che ha contrattato con Dio ottenendo solo scadenze peggiori.
«No,» disse Aubremont appena lo vide.
«Non ho ancora parlato.»
«Appunto.»
Cresson fece un inchino.
«Sono venuto in veste non ufficiale.»
Basset, dalla porta:
«Avete una veste ufficiale?»
«Spiritualmente.»
«Allora invisibile. Molto comoda.»
Cresson ignorò l’insulto per pura sopravvivenza.
«Duca, volevo solo dirvi che ho pregato per voi.»
Aubremont chiuse l’occhio.
«Che gesto aggressivo.»
«Sospettavo non avreste gradito.»
«E l’avete fatto ugualmente.»
«La fede, talvolta, è maleducazione rivolta al cielo.»
Éléonore quasi sorrise.
Cresson si avvicinò meno degli altri.
Restò a distanza.
La cosa piacque ad Aubremont.
Non lo disse.
«Avete chiesto cosa?» domandò.
Cresson esitò.
«Che viviate.»
«Deludente. Lo faccio già.»
«Che restiate.»
Aubremont aprì l’occhio.
Cresson abbassò la tazza.
«È diverso.»
La stanza tacque.
Basset finse di controllare la maniglia.
Éléonore guardò Cresson con sorpresa.
Aubremont sussurrò:
«Avete preparato questa frase?»
«Da ieri sera.»
«Si sente.»
«Sono un uomo limitato. Faccio quel che posso.»
Aubremont lo fissò.
Poi fece un gesto breve con la mano, subito trattenuto dal dolore.
«Lasciate il caffè.»
Cresson parve commosso.
«Per voi?»
«Per Basset. Ha l’aria di voler uccidere qualcuno. Meglio tenerlo vigile.»
Basset prese la tazza.
«Finalmente religione utile.»
Cresson uscì quasi soddisfatto.
Il pomeriggio avanzò.
Troppo lento.
La casa aveva cambiato ritmo. Nessuna musica, nessuna risata piena, nessun passo troppo rapido. Eppure non era pace. Era trattenimento. Tutti parevano vivere con un bicchiere in mano sopra un tappeto chiaro.
Aubremont era esausto.
Lo si vedeva dalla mano.
La teneva aperta sul bracciolo, senza più forza di fare pugno. Éléonore gli propose di tornare a letto. Lui rifiutò. Basset non discusse. Questa volta capì: quella poltrona era la sua prima sala del trono dopo il fuoco. Ridicola, imbottita, medica, umiliante. Però era una posizione verticale. E il corpo, a volte, ha bisogno di verticalità per non consegnarsi del tutto alla rovina.
Verso sera arrivò la duchessa di Rouvray.
Da sola.
Questo nessuno lo aveva previsto.
Basset si fece trovare sulla porta.
«Duchessa.»
«Vorrei vederlo.»
«Il duca ha già ricevuto molto.»
«Allora ditegli che non vengo per lui.»
Basset la osservò.
Interessante.
Entrò ad annunciarla.
Aubremont ascoltò, poi disse:
«Fatela entrare.»
La duchessa entrò piano.
Era una donna che la corte aveva giudicato per anni con parole pigre: graziosa, fredda, tradita, dignitosa, perdonabile. Tutte etichette cucite da altri. Quella sera sembrava averne ancora qualche filo addosso, e tiravano.
Indossava un abito scuro, senza ricami vistosi. Aveva il volto pallido e una decisione fragile nello sguardo.
«Duca.»
«Duchessa.»
Guardò le bende.
Sì.
Le guardò.
Poi guardò il suo occhio destro.
«Grazie,» disse Aubremont.
Lei capì.
«Sono entrata preparata.»
«Da vostro marito?»
«Da me.»
Pausa.
«Vengo a dirvi una cosa sgradevole.»
«Finalmente qualcuno rispetta l’atmosfera.»
La duchessa si sedette sulla sedia davanti a lui.
Éléonore si fece da parte, ma restò nella stanza.
La duchessa la guardò.
«Potete restare.»
«Lo so.»
La frase non fu ostile.
Solo vera.
La duchessa intrecciò le mani.
«Quando vi ho visto a terra, nella cappella, ho provato paura. Poi pena. Poi sollievo.»
Aubremont non si mosse.
Éléonore irrigidì la schiena.
Basset fece un mezzo passo, poi si fermò.
La duchessa continuò, con la voce più bassa:
«Sollievo perché mio marito non era felice.»
Silenzio.
«Vi pare orribile?»
Aubremont disse:
«Mi pare umano. Dunque sì.»
Lei incassò.
«Ho passato anni a credere che lui fosse diventato una creatura meschina per colpa mia, vostra, di tutti. Ieri l’ho visto sopra Madeleine. Poteva farle molto più danno. Lo voleva. Poi si è fermato. E io ho pensato: eccolo. È ancora lì. Non salvo. Non buono. Però lì.»
Aubremont guardò verso la finestra.
«Sono felice di essere stato utile al vostro matrimonio.»
La frase aveva veleno.
La duchessa abbassò gli occhi.
«Lo so.»
Aubremont la guardò di nuovo.
Lei non si difese.
E questo gli tolse una parte del piacere crudele.
«Volevo dirvelo,» disse lei. «Perché se restiamo in questa casa, non voglio farlo fingendo che la vostra ferita abbia migliorato noi. Sarebbe osceno.»
Éléonore disse piano:
«Molti lo faranno.»
La duchessa annuì.
«Sì. Io no. Se qualcosa tra me e Rouvray è cambiato, è cambiato a vostre spese. Questo non lo rende meno vero. Lo rende più sporco.»
Aubremont chiuse l’occhio.
Era stanco.
Molto.
Però quella donna, con la sua frase senza profumo, gli parve più rispettosa di tanti pianti.
«Rimanete,» disse.
La duchessa sollevò lo sguardo.
«Nel castello?»
«Sì.»
«Perché?»
«Perché sapete nominare una cosa brutta senza metterle cipria.»
Lei respirò piano.
«Grazie.»
«Non era un complimento pieno.»
«A Versailles ci si accontenta.»
Quando uscì, Éléonore rimase in silenzio.
Aubremont parlò senza guardarla.
«State facendo l’elenco delle persone migliori di quanto pensassi?»
«No.»
«Bugia.»
«Sto facendo l’elenco delle persone meno semplici di quanto speravo.»
«Peggio.»
«Molto.»
Basset annunciò il medico.
Aubremont gemette.
«No.»
Il medico entrò comunque.
«Sì.»
«Vi odio.»
«Ottimo segno. I morti sono più cordiali.»
«Toccante.»
«Ora a letto.»
«No.»
Il medico guardò Basset.
Basset guardò Éléonore.
Éléonore guardò Aubremont.
Aubremont capì di essere accerchiato da persone disgustosamente vive.
«Traditori,» disse.
«Personale medico e affettivo,» rispose il medico. «La differenza è sottile e mal pagata.»
Lo aiutarono ad alzarsi.
Questa volta c’era la stessa umiliazione, solo meno sorpresa.
Aubremont odiò anche questo: l’abitudine alla dipendenza. Il modo in cui, già al secondo giorno, il corpo imparava la strada della sconfitta.
Quando fu di nuovo nel letto, sudava.
La febbre riprendeva forza.
Il medico cambiò parte delle bende.
Éléonore uscì.
Aubremont non glielo chiese.
Lei lo fece per lasciargli almeno quel poco. Basset rimase, perché Basset ormai apparteneva alla categoria delle pareti: presente, necessario, impossibile da cacciare senza far crollare qualcosa.
Il medico lavorò.
Aubremont fissò il soffitto.
Basset gli parlò solo una volta.
«Respirate.»
«Vi prego, non anche voi.»
«Allora smettete di trattenere il fiato come un idiota aristocratico.»
«Meglio.»
Quando tutto finì, Aubremont era bianco di stanchezza.
Basset gli porse acqua.
Lui bevve.
Poi disse:
«Domani voglio uscire dalla stanza.»
Basset rimase immobile.
«No.»
«Sì.»
«No.»
«In corridoio.»
«No.»
«Fino all’orangerie.»
«Assolutamente no.»
Aubremont aprì l’occhio.
«Gli specchi sono coperti.»
«Le persone no.»
La frase cadde.
E restò.
Basset si pentì subito.
Aubremont la ricevette in pieno.
Le persone no.
Ecco il muro vero.
Non gli specchi.
Le persone.
Lui chiuse l’occhio.
«Domani,» disse.
Basset abbassò lo sguardo.
Poi, con una voce diversa, meno tagliente:
«Domani vediamo.»
Aubremont non rispose.
Quella sera il castello cenò senza di lui.
Cenò male.
Nessuno osava chiamarla cena. Era cibo disposto su tavoli, persone sedute, posate usate con una cura quasi colpevole. Madame de Villars ruppe il silenzio solo una volta.
«Se qualcuno dice che questa casa ha ritrovato dignità, gli verso la zuppa in grembo.»
Nessuno lo disse.
La marchesa de Lormes mangiò due cucchiai, poi spinse via il piatto.
«Domani entro di nuovo.»
«No,» disse Basset, che passava proprio dietro di lei come una maledizione addestrata.
«Non parlavo con voi.»
«Allora parlavate male al destino.»
Madame de Villars sollevò il bicchiere.
«Basset, vi prego, se mai mi sposo ancora, impeditemelo.»
«Con gioia.»
«Non troppa. Sarei gelosa.»
Rouvray e la duchessa mangiarono poco.
Cécile non toccò quasi nulla.
Cresson bevve acqua, poi vino, poi tornò all’acqua, in una crisi teologica che nessuno ebbe voglia di approfondire.
Ninon passava tra i tavoli e ascoltava.
Non tutto.
Il necessario.
Capì una cosa: la casa non era diventata buona. Nessuna casa così diventa buona. Però alcuni avevano cominciato a vergognarsi prima di parlare. Era poco. Forse pochissimo. Ma per Versailles era quasi una riforma dello Stato.
Nella stanza interna, Éléonore tornò dopo cena.
Portava con sé un pezzo di pane, una mela tagliata e una lettera.
Aubremont era sveglio.
«Mi avete abbandonato al medico.»
«Vi ho lasciato un testimone ostile.»
«Basset?»
«Il migliore.»
Lei si sedette.
«Cécile parlerà ancora domani. Dice che c’è qualcuno dietro Madeleine.»
Aubremont non reagì subito.
Poi aprì l’occhio.
«Chi?»
«Non lo sa.»
«Allora perché me lo dite?»
«Perché se lo scoprite da altri mi odierete con più precisione.»
«Vi odio già con notevole disciplina.»
«Potete migliorare.»
Lui respirò piano.
La febbre gli dava un colore acceso sul lato sano del volto.
«Un interno?»
«Forse.»
«Un ospite?»
«Forse.»
«Il re?»
Éléonore non rispose subito.
Aubremont la guardò.
«Lo avete pensato.»
«Sì.»
«E?»
«Non lo credo.»
«Credere è una parola da poveri.»
«Allora: non lo escludo abbastanza da sentirmi innocente.»
Aubremont rimase in silenzio.
Poi disse:
«Bene.»
«Bene?»
«Il mondo è ancora brutto. Mi rassicura.»
Lei scosse la testa.
«Siete insopportabile.»
«Vi era stato anticipato.»
«Da voi.»
«Fonte attendibile.»
Éléonore spezzò un pezzo di pane.
«Mangiate.»
«No.»
«Mangiate.»
«Perché tutti volete infilarmi qualcosa in bocca?»
«Perché quando parlate troppo diventate impossibile da amare.»
Aubremont la fissò.
La frase era uscita rapida.
Stanca.
Più vera del previsto.
Éléonore si fermò.
«Scusate.»
«No.»
Lei abbassò il pane.
Lui aprì appena la mano.
«Datelo.»
Lei glielo diede.
Mangiò poco.
Abbastanza.
Poi chiese:
«Come mi amerete?»
Éléonore restò senza movimento.
La domanda era senza difese.
Lui continuò, guardando il soffitto:
«Quando sarò crudele. Quando mi nasconderò. Quando vorrò mostrarmi solo per farli vergognare. Quando userò questa ferita peggio di come prima usavo il volto. Come farete?»
Éléonore posò la mela sul tavolino.
«Con fatica.»
Aubremont girò l’occhio verso di lei.
«Solo questo?»
«È già molto.»
«Non sembra amore.»
«Forse perché siete stato amato spesso come si applaude un ingresso.»
Lui tacque.
Lei continuò, più piano:
«Io non so come sarà. A giorni avrò rabbia. A giorni paura. A giorni desiderio, e forse questo vi farà bene e vi offenderà nello stesso istante. A giorni uscirò da questa stanza e vi lascerò a Basset perché io non sono fatta di ferro, qualunque cosa vogliate credere.»
Lui la ascoltò.
Ogni parola gli toglieva qualcosa e gliene restituiva un’altra.
«E tornerete?»
Lei lo guardò.
«Tornerò quando riuscirò. E quando non riuscirò subito, tornerò dopo.»
«Promessa?»
«No.»
Il suo volto cambiò.
«No?»
«Le promesse vi hanno nutrito abbastanza. Io non vi do un drappo da appendere alla parete.»
«Allora cosa?»
Éléonore guardò la sua mano sul lenzuolo.
«Domani dovrò scegliere ancora. E dopodomani anche. Non so farlo in modo più bello. So solo che oggi sono qui.»
Aubremont chiuse l’occhio.
La frase lo raggiunse tardi.
Quando arrivò, fece male.
«Siete diventata crudele.»
«Vi frequento.»
Lui quasi rise.
Poi il dolore gli prese la guancia sotto la benda e gli spezzò il respiro.
Éléonore gli passò un panno umido sulla mano.
Non sul volto.
Sulla mano.
Lui glielo lasciò fare.
Fu così che finì il terzo giorno.
Senza musica.
Senza specchi.
Senza scene grandi.
Solo una casa piena di persone costrette a scoprire che guardare è un atto, restare consuma, andarsene è più semplice, e amare qualcuno quando non illumina più la stanza richiede una pazienza ruvida, quotidiana, senza applausi.
Aubremont non la chiamò virtù.
Gli parve una parola troppo ben vestita.
La chiamò fatica.
E quella notte, mentre Éléonore si addormentava sulla sedia e Basset vegliava nel corridoio con una tazza di caffè ormai fredda, gli parve che forse la fatica fosse l’unica cosa che Versailles non aveva ancora imparato a falsificare del tutto.
Riccardo Solieri




Riccardo hai una dote unica di rendere i personaggi reali, quasi a farceli vedere durante la lettura, della tua opera.